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Fabrizio De Andrè
In memoria di un poeta libero
(a cura di Claudio Fabretti)

Fabrizio De André è uno dei massimi cantautori italiani di sempre.
Profondamente influenzato dalla scuola d'oltre Oceano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma ancor più da quella francese degli "chansonnier" (Georges Brassens su tutti), è stato tra i primi ad infrangere i dogmi della "canzonetta" italiana, con le sue ballate cupe, affollate di anime perse, emarginati e derelitti d'ogni angolo del mondo. Il suo canzoniere universale attinge alle fonti più disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'"Antologia di Spoon River" ai canti dei pastori sardi, da Cecco Angiolieri ai Vangeli apocrifi, dai "Fiori del male" di Baudelaire al Fellini dei "Vitelloni".
Temi che negli anni si sono accompagnati a un'evoluzione musicale intelligente, mai incline alle facili mode e ai compromessi. De André usava il linguaggio di un poeta non allineato, ricorrendo alla forza dissacrante dell'ironia per frantumare ogni convenzione.
Nel suo mirino, sono finiti i "benpensanti", i farisei, i boia, i giudici forcaioli, i re cialtroni di ogni tempo. Il suo, in definitiva, è un disperato messaggio di libertà e di riscatto contro "le leggi del branco" e l'arroganza del potere.

Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940.
Leggenda narra che sul giradischi di casa suo padre avesse messo il "Valzer campestre" di Gino Marinuzzi, dal quale, oltre venticinque anni dopo, il figlio trarrà la canzone "Valzer per un amore". Con il padre braccato dai fascisti, il resto della famiglia, scoppiata la guerra, si rifugia nell'astigiano, per poi tornare nel '45 a Genova, dove De André porta avanti gli studi fermandosi all'università (facoltà di Legge) a sei esami alla fine.
Questo perché, nel frattempo, era nata la sua vocazione musicale, tramite gli studi di chitarra e violino, e l'esibizione in concerti jazz, fino alla composizione di propri brani originali.
Una vocazione che, grazie al successo dell'interpretazione nel '68 da parte di Mina della sua "Canzone di Marinella", gli permette di continuare il mestiere di musicista.
Il brano, uno dei suoi capolavori, è una tenera fiaba sospesa nei fumi del tempo e ispirata dalla storia vera della morte di una prostituta.
Non sarà la prima volta che un episodio di cronaca verrà sublimato da De André in musica. Proprio la realtà quotidiana, infatti, da linfa alle sue prime composizioni, che tradiscono la passione per la letteratura francese: Proust, Maupassant, Villon, Flaubert, Balzac, su tutti.
Sono gli anni in cui la Scuola di Genova sforna canzoni d'autore con Paoli, Bindi, Lauzi e soprattutto Luigi Tenco. L'amicizia di De André con quest'ultimo nasce in una balera di Genova. Tenco gli si avvicina dicendo: "Sei tu che vai in giro a dire che “Quando” l'hai scritta tu?". "Sì, l'avevo detto in giro per prender della figa", la replica di De André. Tenco si mette a ridere. La notte del suicidio di Tenco a Sanremo, De André rimarrà insonne davanti un foglio di carta, scrivendo la struggente "Preghiera in Gennaio" per l'amico scomparso (un tema, quello del suicidio "eroico", già caro al Cohen di "Who By Fire" e che ricorrerà spesso nel canzoniere di De André).

Il primo vero 45 giri attribuito al cantautore genovese è però "Nuvole Barocche" (1958), un brano d'impostazione tradizionale sulla falsariga della canzone melodica d'autore di Domenico Modugno.
Già dai singoli successivi, tuttavia, emerge il vero De André. "La guerra di Piero" è la sua canzone anti-militarista per eccellenza, quasi la risposta italiana agli inni pacifisti di Bob Dylan e Joan Baez.
"La città vecchia" è una summa a ritmo di mazurca di tutti i quartieri malfamati dell'umanità.
"Delitto di paese" è una ballata noir in cui miseria e morale bigotta sono immersi in un clima baudelairiano da "Fiori del male".
La "Ballata dell'Amore cieco", parabola crudele della vanità feminile, sembra uscita da una delle leggende dei Nibelunghi.
La "Canzone dell'amore perduto" è interpretata con tono fatalista su una musica del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: il tema del concerto per tromba e orchestra in Re maggiore.
La ballata medievale di "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" (scritta con Paolo Villaggio) è degna dei monologhi "storici" più oltraggiosi del teatro di Dario Fo.
E poi ancora "Via del campo" e "Bocca di rosa", filastrocche incantate in cui la prostituzione viene ancora una volta redenta in chiave mitica.
A colpire è anche l'interpretazione di De André, che - sul modello di Cohen - indulge sulle tonalità più basse, grazie alla sua voce profonda e baritonale, aggiungendo un tocco di drammaticità.
Con questi brani, De André demolisce, ad uno ad uno, tutti i cliché della canzone tradizionale coronando, in Italia, un'operazione paragonabile a quella compiuta da Dylan negli Stati Uniti.
"Se non avessi mai conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie", ha detto, per esempio, Francesco De Gregori. E anche Franco Battiato si è detto debitore delle ballate di De André, tanto che nel suo album "Fleurs" ha voluto incidere due cover ("La canzone dell'amore perduto" e "Amore che vieni, amore che vai") tratte dal primo repertorio dell'artista ligure.
Quelle di De André sono storie ironiche e senza tempo, con personaggi che sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro carica di umanità, inquietudine, disperazione. La canzone italiana scopre finalmente temi sociali e politici. Inevitabile pertanto che De André - suo malgrado - diventi uno dei riferimenti della contestazione giovanile, nonché l'incubo dei burocrati televisivi, che non sanno fin dove la censura può colpire storie così sottili e metaforiche, e però altrettanto esplicite nella loro denuncia sociale.

La fine del decennio Sessanta è uno dei momenti topici della carriera dell'artista ligure. Escono infatti Fabrizio De André - Volume I, che raccoglie alcuni dei suoi più fortunati singoli, seguito l'anno dopo dal sontuoso concept-album “Tutti morimmo a stento” .
È un viaggio in un girone dantesco della desolazione umana, tra drogati, impiccati, ragazze traviate e bambini impazziti, sulle note di un'orchestra sinfonica diretta dai fratelli Reverberi. Disco fin troppo ridondante e barocco, influenzato dai primi vagiti del progressive italiano, "Tutti morimmo a stento" rappresenta tuttavia uno dei momenti più alti della carriera di De André.
I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli "Intermezzi", in un crescendo che trova il punto più alto nel "Recitativo" e si scioglie nel coro finale. Attraverso la "Leggenda di Natale", favola delicata ispirata da un testo di Brassens in cui la semplicità dei giri d'accordi e delle rime baciate riesce a creare un'atmosfera magica e rarefatta, si perviene alla "Ballata degli impiccati", centro ideale di questa architettura.
I versi di De André - sempre scarni, ruvidi, sarcastici - non cedono mai alla retorica del sentimentalismo: "Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fiori" ("Via del campo") è il suo credo. Così anche i condannati a morte della "Ballata degli impiccati" (ispirata dalla "Ballade des Pendus" di Villon) si trasfigurano in creature mitiche, animate da un disperato, smisurato rancore ("Chi derise la nostra sconfitta/ e l'estrema vergogna ed il modo/ soffocato da identica stretta/ impari a conoscere il nodo. Chi la terra ci sparse sull'ossa/ e riprese tranquillo il cammino/ giunga anch'egli stravolto alla fossa/ con la nebbia del primo mattino/ La donna che celò in un sorriso/ il disagio di darci memoria/ ritrovi ogni notte sul viso/ un insulto del tempo e una scoria").
A dare una nota scenografica al disco è "Inverno", che rinnova la tradizione delle "poesie stagionali" in voga nell'Inghilterra del Settecento: l'inverno è l'immagine della natura che si annulla nel bianco della neve e nel nero degli alberi scarni, segnando la fine ciclica di tutte le cose.

Seguirà un periodo particolarmente prolifico, in cui De André produrrà quasi un album all'anno. Prevale, nelle sue canzoni, la preferenza per toni musicali attutiti, smorzati, "in minore", che accompagnano una versificazione che riecheggia la ballata di tradizione e di lontana provenienza medievale. Ma negli anni i riferimenti del suo repertorio aumentano. I Vangeli apocrifi sono alla base della “Buona Novella”, il disco che De André considerava "il più riuscito", in cui l'annuncio del Salvatore si trasforma in atto di fede laico.

L'"Antologia di Spoon River" è lo spunto per “Non al denaro, non all'amore né al cielo”, in cui brilla quella metafora sarcastica di tutte le invidie e le bassezze umane che è "Un giudice". In Italia, sono gli anni caldi della contestazione.
De André si professa anarchico e sembra quasi cedere alla tentazione eversiva in “Storia di un impiegato”, uno dei suoi album più controversi. Il disco narra la vicenda di un travet che, sull'onda del maggio francese, è contagiato dal fuoco rivoluzionario. È una cupa profezia sulla degenerazione della contestazione in terrorismo che, di lì a poco, infetterà la storia italiana. Mai così crudo e realistico, De André ricorre ad un linguaggio moderno che - come scrive Roberto Danè nell'introduzione - "si stacca dalla forma di racconto per approdare ad immagini di tipo psicologico fino a figure oniriche di stampo reichiano". Uno stile che pervade il pezzo-manifesto dell'album "La bomba in testa", brano drammatico e trascinante, che denuncia il conflitto lacerante tra l'ansia di cambiamento e le sirene lugubri della violenza.
L'album è un susseguirsi di canzoni dal ritmo sincopato, accompagnate da un linguaggio involuto, carico di metafore ricorrenti e ossessive.
Con questo disco De André, forse inconsapevolmente, scende nell'agone politico. L'estrema sinistra gli da del qualunquista; la destra lo accusa di propaganda eversiva.
Ma lui si ostina a ripetere: "Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realtà vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità".
Canzoni (1974) segna il ritorno ad uno stile più pacato e ad un linguaggio più letterario, grazie a una manciata di cover di Dylan ("Desolation Row"), Brassens (il recitato di "Morire per delle idee" e la splendida ballata "Le Passanti") e Cohen ("Suzanne" e "Giovanna d'Arco"): quasi una summa dei suoi riferimenti artistici.

Il successivo Volume VIII (1975), nato dall'incontro con Francesco De Gregori, segna un'altra tappa nell'evoluzione della canzone italiana degli anni Settanta, nel segno di una "poesia cantata", impreziosita da un linguaggio sempre più ricercato.
De Gregori porta il suo tipico stile da fiaba metropolitana, De André accentua, esasperandolo, l'uso di figure retoriche, fantasie e nonsense. Uno stile che tocca il suo vertice nella struggente "Amico fragile", metafora di chi si oppone per coltivare i suoi sogni solitari, e "Giugno '73", epigrafe del matrimonio borghese e delle sue convenzioni. Sono canzoni costruite quasi solo sui versi, in cui la musica non ha quasi altro senso se non quello di suggerire il "tono" da seguire.
La musica di De André si fa più ricca e sostenuta con l'approdo nella Rimini (1978) felliniana dei "Vitelloni". L'album, composto insieme a Massimo Bubola, segna però una caduta di tono, cedendo a tratti al richiamo del facile ritornello e del ritmo accattivante. La traduzione in dialetto di "Romance in Durango" di Dylan (per il quale il cantautore americano si complimentò di persona con De André) è un'intuizione brillante, ma troppi brani sembrano costruiti solo sull'eco delle prodezze passate. "Andrea" e "Sally", comunque, sono due filastrocche magiche, degne del periodo di "Marinella". Fa da suggello all'uscita dell'album un tour con la Pfm, testimoniato da un album doppio in cui i classici del cantautore genovese, magistralmente riarrangiati in chiave rock, trovano nuova linfa.

Due donne segnano la vita di Fabrizio De André: Enrica Rignon detta "Puny", che sposa nel '62, e Dori Ghezzi, che diviene la sua compagna dal '75 in poi. È con lei che decide di ritirarsi in quella fattoria dell'Agnata in Gallura (Sardegna), che gli ricorda "la Liguria degli anni '40, in cui c'erano più alberi che case, più animali che uomini". Ed è sempre con Dori Ghezzi che vive l'esperienza drammatica dei quattro mesi di sequestro. Un'esperienza che segna parte dell'album senza titolo che sarà poi ribattezzato "L'indiano".
Neanche di fronte ai suoi rapitori De André perde il "vizio" di rovesciare la morale comune su colpevoli e giudici. I malviventi sardi, così, diventano "marinai di foresta" o indiani Sioux, criminali e oppressi al contempo. "Sono stato rapito da una banda di Cherokee - raccontava - che, prima ancora di volere i soldi, voleva dimostrare il coraggio di rapire una persona".
Il disco tuttavia è uno degli episodi meno convincenti della sua carriera, infarcito di canzoni ripetitive e pedanti, prive di quella magica ispirazione che aveva caratterizzato il decennio '70. Fa eccezione la struggente "danza indiana" di "Fiume Sand Creek", che evoca il massacro perpetrato dagli uomini di un certo colonnello Chiwington, il quale venne poi eletto al Senato degli Stati Uniti.
Quando sembra aver ormai inaridito la sua vena poetica, De André sorprende tutti gettandosi in un progetto tanto ambizioso quanto originale: Crueza de ma, nato dalla collaborazione con Mauro Pagani e scritto integralmente in genovese, "l'idioma neolatino più ricco di fonemi arabi".
È l'inno a quella Genova che per De André rappresentava un piccolo continente a sé, con "il suo sapore di mare, il profumo della sua cucina, ma anche il puzzo del porto e del pesce marcio", quella Genova che aveva "la faccia di tutti gli esclusi conosciuti nella città vecchia, le “graziose” di via del Campo, i “fiori che sbocciano dal letame". De André, infatti, pur essendo nato da una famiglia borghese, ha sempre prediletto "i quartieri dove il sole del buon Dio/ non da i suoi raggi/ le calate dei vecchi moli/ l'aria spessa carica di sale/ gonfia di odori", descritti nella "Città vecchia". "Crueza de ma" è un viaggio appassionato nella musica mediterranea, dove gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana (dalla gaida macedone alla chitarra andalusa, dallo shannaj turco al liuto arabo) convivono con quelli elettrici in un universo poetico di rara intensità.
Nascono così brani raffinati come la title track, "Sinan Capudan Pascia'", "Sidun". Il disco segna una pietra miliare per l'allora nascente world music italiana ed è premiato dalla critica come miglior album dell'anno e del decennio. Intanto, De André collabora con l'altro "guru" della scena genovese, Ivano Fossati, in vari brani (tra cui "Questi posti davanti al mare") e sposa Dori Ghezzi nel 1989.
Un anno dopo esce “Le nuvole”, album tutto sommato interlocutorio, se si eccettua la graffiante metafora della "Domenica delle Salme" e la beffarda ballata di "Don Raffaè" in cui il protagonista, boss detenuto nella cella-reggia di Poggioreale, è assistito da un secondino-maggiordomo che è al servizio della mala non per disonestà, ma per la latitanza dello Stato, che si è inghiottito i suoi "quaranta concorsi, seicento domande e novanta ricorsi".

Segue un periodo di silenzio di quattro anni, finché nel 1996 Fabrizio De André torna con “Anime Salve”, frutto della collaborazione con Ivano Fossati. Quello che è destinato a rimanere come il suo testamento musicale è anche un disco splendido, un viaggio pieno di suggestioni, sapori, incontri.
Da Bahia a Genova, passando per la Sardegna. È un percorso affollato di spiriti solitari, che abitano angoli appartati della Terra. "L'isolamento - diceva De André - ti consente di non stare nel mucchio. È la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte, uno stato di tranquillità dell'animo che permette di abbandonarsi all'assoluto".
Un obiettivo annunciato fin dal titolo dell'album, che mantiene l'etimo tanto di "animo" quanto di "salvo", ovvero "spirito solitario". Interamente acustico, l'album mescola sapori etnici, jazz, folk. La title track - l'unico brano in cui Fossati accompagna De André anche al canto, imprimendo la sua tipica andatura "rallentata" - è una ballata dolente. "Mi sono visto di spalle che partivo", recita un verso: è un rifiuto dell'identità anagrafica, dell'uomo costruito dalla "legge del branco", che impone a ciascuno dove e come stare al mondo. Un rifiuto simile a quello di "Princesa" (dall'omonimo racconto-intervista di Maurizio Iannelli), il trans brasiliano che tenta di "correggere la fortuna" per finire "tra ingorghi di desideri" maschili. Una straordinaria invenzione letteraria e musicale costruita su ritmi bahiani (una fusione di jazz, pop e bossanova ) e colori tropicali.
Altra solitudine volontaria e libera è quella dei Rom, descritti tramite la tribù serbo-montenegrina dei "Khorakhanè", raminga per il mondo "tra le fiamme dei fiori a ridere e a bere". È un'altra ballata acustica, che sfocia in un finale epico, cantato in lingua rom da Dori Ghezzi. Non scampano ad un destino di solitudine neanche la tenerissima "Dolcenera" e il pescatore di "Le acciughe fanno il pallone", che insegue l'impossibile "sogno" di "pescare il pesce d'oro". E quando "la corsa del tempo spariglia destini e fortune", nasce l'invidia e la faida di "Disamistade", che non ha pietà di nessuno, innocenti e assassini. Il disco si chiude con la solenne invocazione di "Smisurata Preghiera" (ispirata dal "Gabbiere" di Alvaro Mutis), che è quasi il testamento spirituale dell'intera opera di De André.
È la testimonianza di chi ha vissuto sempre uno splendido isolamento, presupposto necessario per "consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità". Sono episodi di grande intensità emotiva, racchiusi in arrangiamenti raffinati, in bilico tra suoni morbidi e una ritmica prepotente. La chitarra di De André è circondata da un mare di strumenti antichi e nuovi, dalle disparate origini geografiche, nel segno di un sincretismo culturale che si riflette anche nella scelta delle lingue, con brani cantati in italiano, romanes, brasiliano, genovese.
E la sua voce profonda, seppur offuscata dal fumo e dagli anni, riesce sempre ad incantare. Nel tour successivo, l'abbraccio con i figli, Cristiano e Luvi. Con quest'ultima, si rinnova sul palco il magico duetto di "Geordie". "Ho un'estrazione borghese e mi sono adagiato un po' su questo materasso di piume.
Avrei potuto dare molto di più se fossi nato alla Foce, da un pescivendolo", diceva spesso De André scherzando sulla sua proverbiale pigrizia. Una pigrizia che faceva disperare i discografici: quasi impossibile strappargli un'intervista (tutt'al più, come nel mio caso, qualche risposta scritta, ndr), molto difficile vederlo in tournée. Eppure uno scherzo del destino ha voluto che proprio la sua ultima estate fosse la più densa di appuntamenti. Una sfilza di concerti in tutt'Italia che doveva rilanciarlo, dopo la firma del "contratto-anti-pigrizia", come aveva ribattezzato l'accordo fino al 2002 con la Ricordi. "Adesso - aveva annunciato - dovrò decidermi a fare il disco di cover dedicato ai cantautori brasiliani che ho in mente da tempo. Con i miei ritmi non ce la farei a registrarne uno tutto mio".

Fabrizio De André è morto l'11 gennaio 1999, all'Istituto dei Tumori di Milano. Lascia alla cultura italiana versi e suoni da ricordare; alle cronache musicali, una folla innumerevole di imitatori. Ci mancherai, Fabrizio, "amico fragile" di tante giornate solitarie. Ci mancherà la tua poesia, la tua cultura, la tua ironia. Che ti faccian "veglia dall'ombra dei fossi" i tuoi "mille papaveri rossi". E che ti possano proteggere i versi che avevi scritto per Luigi Tenco la notte in cui s'era ammazzato: "Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia, vedrai, sarai contento". È la "Preghiera in gennaio" di tutti quelli che hanno amato Fabrizio De André.

"Tutti morimmo a stento" Nel primo dopoguerra sorse a Genova, nel quartiere della Foce, una singolare istituzione. Alcuni ragazzi del rione decisero di creare un'opera assistenziale a favore dei gatti randagi.
Li raccoglievano per le strade e li ricoveravano, volenti o nolenti fra le macerie di una casa bombardata. Mettendo a saccheggio le dispense materne, rifornivano i loro ospiti di ogni ben di Dio, e ben presto, fra le macerie dell'improvisato asile, sorse la più florida comunità di gatti che mai sia esistita. Capo dell'istituzione era Fabrizio, che a quell'epoca ottenne presso i gatti genovesi la stessa incondizionata ammirazione che oggi gli viene tributata dai "patiti" delle sue canzoni.
L'accostamento è legittimo, anche perché enucleando un aspetto della personalità di Fabrizio uomo, chiarisce molte cose sul Fabrizio poeta. I gatti randagi di ieri cantano ancora nelle sue canzoni, popolate di creature sconfitte, lasciate ai margini della società ed alle quali egli vuol riconoscere, anche polemicamente, come agli animali affamati della sua infanzia, quella dignità umana negata loro dalla gente per bene.
E' affollato, il suo mondo poetico, di gatti che hanno fame (di pane, di pietà, di amore): da "Miché" a "Bocca di Rosa", alla fauna notturna de "La città vecchia" o di "Via del campo", ai negri di "Spiritual" che continuano ad attendere che Dio si accorga di loro, al suicida di "Preghiera in gennaio", ai protagonisti de "La ballata dell'eroe", "La guerra di Piero", "La ballata dell'amore cieco". C'è bisogno di tanta pietà, per i gatti come per gli uomini, vuol dirci Fabrizio.
E per dircelo ha raccolto tutte le folgorazioni, le angosce, i tremori delle sue canzoni precedenti, per scrivere questa cantata che è anche, e soprattutto, una galleria di personaggi, un vasto mosaico sulla solitudine e sull'infelicità dell'uomo.
Ancora une volta Fabrizio ha dato la parola ai gatti randagi, perché la gente capisca e tragga le debite conseguenze.
Ecco perché "Tutti morimmo a stento" è un messaggio di disperato amore, per tutti i diseredati cui una specie di morte morale impedisce di ricuperare il perduto gusto della vita.
E proprio la morte (come negazione della vita, ossia della dignità, della felicità, di tutto quanto gli antichi comprendevano nel termine "humanitas"), fornisce il fondale inquietante di questa cantata, un politico che allinea tutto il triste campionario di un'umanità derelitta: tossicomani, impiccati, bimbi impazziti negli agghiaccianti "jeux interdits" di una guerra apocalittica, adolescenti traviati, falsi babbi Natale che cercano nell'amore di fanciulle ancora pure il brivido dimenticato della gioventù. Su tutti aleggia, nel dolente racconto dell'autore, la consapevolezza del proprio peccato e dell'impossibilità a riscattarsene, l'avidità di luce e di quiete cui fa riscontro la condanna all'ombra e al tormento.
Così nel canto del drogato (chi / e perché mi ha messo al mondo / dove vivo la mia morte / con un anticipo tremendo?) che nell'euforia illusoria dell'allucinogeno cerca invano l'antidoto al proprio vuoto interiore: "Ho licenziato Dio / gettato via un amore / per costruirmi il vuoto / nell'anima e nel cuore..." e poi: "Gli arcobaleni d'altri mondi / hanno colori che non so / lungo i ruscelli d'altri mondi / nascono fiori che non ho", impossibile speranza in una felicità che stia "oltre il confine stabilito", oltre la coscienza umana, oltre "i bordi dell'infinito".
Così, ancora nell'amara "Leggenda di Natale", la storia del vecchio riccone che abusa dell'innocenza di una fanciulla per allontanare da sè lo spettro incombente della vecchiaia: "E venne l'inverno che uccide il colore / e un Babbo Natale che parlava d'amore / e d'oro e d'argento splendevano i doni / ma gli occhi eran freddi, e non erano buoni... E mentre incantata lo stavi a guardare / dai piedi ai capelli ti volle baciare".
Un mondo, insomma, che ripugna alla fredda e asettica morale di chi giudica prima di comprendere e di compatire (ed è la morale dei più), ma sul quale si china pietoso Fabrizio. E, a differenza della morale dei più, la sua morale è sempre giustificatrice, mai giustiziera. Per lui tutti hanno diritto a salvarsi, "perché non c'é l'inferno / nel mondo del buon Dio".
Ma, come salvarsi, se ogni rivalsa sulla naturale caducità delle cose e dei sentimenti finisce per rivelarsi impossibile? E' vero che alla solitudine può anche seguire l'amore, che all'inverno finisce per sostituirsi la primavera. "Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l'amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino"; ma altri inverni sopraggiungeranno, anche l'amore finirà: "Ma tu che stai, perché rimani? / Un altro inverno tornerà domani / cadrà altra neve a consolare i campi / cadrà altra neve sui camposanti".
Insomma, è la mancanza di pietà che trasforma la nostra vita in un lungo cammino di morte. Il tema affiora nella "Ballata degli impiccati", ai quali non è stata concessa possibilità di redimersi, per i quali "il prezzo fu la vita / per il male fatto in un'ora"; o nel "Marcondiro'ndero", una della pagine più intense e drammatiche dell'intera cantata. Vi si narra come la spietata (appunto) follia dell'uomo abbia scatenato la guerra atomica, e di come la terra se ne sia andata distrutta. Solo i bimbi sono rimasti vivi, a continuare un assurdo girotondo che li trascina, gradualmente, alla pazzia.
E su tutto aleggia un terribile monito, "chi ci salverà?". Dunque, vuole dirci l'autore, non c'è speranza nell'uomo, se non nell'amore che uccide l'odio, nella carità che uccide cupidigie, rancori e ingiustizie. Abbiano pietà coloro che stanno in alto, che hanno gloria, potenza e ricchezza. Abbiano pietà di chi conosce il dolore e di chi conosce l'errore, affinchè per tutti -se lo voranno- si apra la strada del riscatto. I potenti, rammentino che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare. E che la morte è rimorso, per chi non ha saputo aprirsi, in vita, alla compassione.
Per chi non ha saputo amare i gatti randagi.

"Ed avevamo gli occhi troppo belli"
E' un numero straordinario di "A", sotto forma di libretto+cd, che vuole essere un atto d'amore, una testimonianza dell'affetto, della simpatia, della solidarietà e anche della complicità che hanno legato Fabrizio De André agli anarchici. E' un'iniziativa tutta nostra - nel progetto, nella realizzazione, nell'investimento, nella distribuzione e (si spera) nell'utile, che andrà nelle casse di "A".
L'album, realizzato anche grazie al contributo di Dori Ghezzi e di altri amici e compagni, contiene brani live di Fabrizio De André, tra cui una vera e propria "chicca": I Carbonari suonata alla chitarra e cantata da De André nel concerto tenuto al Palasport Evangelisti di Perugia il 12 aprile del 1997, sulla base del leit-motiv del cult-film "Nell'anno del Signore" (1969) del regista Luigi Magni. Il cd include anche una versione (registrata all'Arena Civica di Milano il 16 settembre 1991) della canzone "Se ti tagliassero a pezzetti", nel corso della quale il cantautore genovese canta -ad un certo punto- la parola "anarchia" al posto dell'originaria "fantasia": "Signora libertà, signorina anarchia". Ma a caratterizzare questo cd (di complessivi 17':47") sono soprattutto le sei tracce "parlate", che ripropongono alcune conversazioni fatte da De André durante i suoi concerti, su temi cari al cantautore come quello della solitudine, dei transessuali ed dei Rom, degli Indiani d'America, dei gay, delle pretese delle maggioranze e della libertà.
Il libretto di 72 pagine, parte integrante della confezione (cartonata e con 8 facciate), contiene interventi sul rapporto tra De André e l'anarchismo, sul senso sociale della sua poetica, sullo sterminio nazista degli zingari, sul suo maestro (anarchico) Georges Brassens, sul poeta (anarchico) Riccardo Mannerini (del quale viene presentata una ballata sul ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli). Uno spazio viene dedicato a scritti di Emile Armand e di Errico Malatesta, due anarchici tra loro diversi (il primo individualista, il secondo rivoluzionario) ma accomunati dalla medesima sensibilità etica. Il libretto si chiude con la trascrizione di tutti i testi del cd. Lo illustrano foto in gran parte inedite, da quella di un giovane Fabrizio negli anni '60 accanto ad un'immagine del capo indiano Geronimo al manifesto murale per il concerto che tenne a Carrara nel 1982 a favore della stampa anarchica, dalla riproduzione di alcune pagine (con le sue sottolineature e chiose) del volume L'anarchia di Domenico Tarizzo ad una bella lettera scritta nel 1976 a Georges Brassens dal Collettivo delle Puttane di Parigi per ringraziarlo di come le trattava nelle sue canzoni.

Un album per ricordarlo
Anarchici e zingari, parte dell'umanita' che attraversa l'opera di Fabrizio De André, si ritrovano insieme, a due anni dalla sua morte, per ricordarlo con un album, "Ed avevamo gli occhi troppo belli", collage di canzoni, parole, pensieri, edito dalla rivista anarchica 'A' e presentato oggi in un campo rom alla periferia di Milano.
Anarchici con gli occhi lucidi, ricordando le bevute in osteria con Fabrizio ''che versava il vino bianco nella tazza del caffe''', zingari pieni di dignità, amici come Don Gallo, Antonio Ricci, la compagna di una vita, Dori Ghezzi, riuniti per presentare un'operazione intellettuale, testimonianza del senso sociale e libertario della poetica del cantautore.
Il cd, realizzato col contributo di Dori Ghezzi, contiene 8 brani live tra cui l'inedito 'I carbonari', eseguito da De André nel concerto al Palasport Evangelisti di Perugia il 12 aprile 1997 sulla base del leit-motiv del film "Nell'anno del Signore" di Luigi Magni (1969). L'album contiene anche una versione di "Se ti tagliassero a pezzetti" in cui il cantautore-poeta sostituisce la parola "anarchia"all'originaria "fantasia": ''Signora libertà, signorina anarchia''.
Musica, ma soprattutto parole caratterizzano il cd che contiene sei tracce "parlate", registrazioni dei discorsi tenuti da De André su temi come la solitudine, i transessuali, i rom, gli indiani, i gay. Completa la confezione, che non sarà in vendita nei negozi ma solo su Internet (www.anarca-bolo.ch/a-rivista) e nelle librerie anarchiche, un libretto di 72 pagine, con interventi critici sulla poetica di De André.
''Sono felice per quest'operazione più sociale e culturale che commerciale - ha affermato Dori Ghezzi - e Fabrizio lo è con me, perché è coerente coi valori fondamentali della sua vita''.
Non erano solo troppo belli, ma soprattutto ''sempre aperti'' gli occhi di De André per Antonio Ricci, che ha detto: ''vedendo il processo di santificazione per Baglioni c'è la paura che diventino tutti uguali, passerotti e libertari, mentre bisogna lottare per non rendere Fabrizio un "santon", un personaggio da presepio, proprio lui che si imbarazzava a salire sul palco per non essere sopra agli altri''.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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